giovedì 5 maggio 2011

The Spirit carries on: qualche breve e imprecisa riflessione.

... un piccolo omaggio ad Emanuele ...

The Spirit carries on: lo Spirito va avanti. 

Il più grande quesito o tormento dell'uomo. Chi siamo veramente? Spesso ci crediamo immortali, ma una volta, al filosofo francese Blaise Pascal è piaciuto paragonarci a canne scosse dal vento: “L'uomo non è che una canna, la più fragile della natura”. Avvertiamo spesso quella fragilità nelle tempeste e nelle burrasche della vita. A volte ci spezziamo, e proviamo vergogna, ci sentiamo umiliati. Ma Pascal non finiva così il suo paragone, infatti all'immagine più bella e drammatica che dava dell'uomo, accostava una certezza: “ma è una canna che pensa”. E questa sera vogliamo riflettere anche noi, lasciandoci trasportare e cullare dalla poesia di questi versi. In realtà si tratta di una canzone, ma in questo caso la parola poesia è la definizione più appropriata.

The Spirit carries on, così scrivono i Dream theater. Chi legge questo testo, indipendentemente dai gusti musicali, dal fatto che conosca o meno il gruppo musicale, ha la pelle d'oca.
Da dove veniamo?
Perché siamo qui?
Dove andiamo quando moriamo?
Cosa esiste prima? E cosa dopo?
C'è qualcosa di sicuro nella vita?

Sembra quasi di aprire un libro di filosofia. Si avverte l'eco delle pagine dei tanto amati o odiati filosofi dello gnosticismo. Uno di loro, un certo Valentino, rifletteva più o meno su queste questioni e diceva: “ciò che libera è la conoscenza di quello che eravamo, di ciò che siamo diventati; di dove eravamo, dove siamo stati gettati; verso dove ci affrettiamo, da dove siamo redenti; che cosa è nascita, che cosa è rinascita.”. Ma allora, se per essere liberi dobbiamo possedere la conoscenza delle risposte a queste domande, come possiamo trovarle?
Alcuni direbbero che queste sono domande di senso, altri le definirebbero esistenziali. Alcuni uomini preferiscono non pensarci, e lasciano che il mondo passi, che il fiume dell'esistenza li trasporti. Ma noi crediamo che tutti, almeno una volta, si siano posti una domanda come: perché siamo qui? Che cosa c'è dopo? Non è vietato interrogarsi, è giusto farsi domande, è bello poter trovare risposte ma anche riconoscere i limiti che ci impediscono di trovarne di definitive.
Queste sono le nostre domande, quelle di ogni uomo, e anche quelle dell'autore di The spirit carries on. Chi ha scritto l'ha fatto con un dolore a vista, con le ferite ancora fresche, ma in possesso di una speranza.

Si dice che “la vita è troppo breve”
“cogli l'attimo” e “vivi solo una volta”
ma ci potrebbe essere dell'altro,
ho già vissuto, prima di ora?
O questa vita è tutto ciò che abbiamo?

In sottofondo avvertiamo quasi il celebre motto oraziano del Carpe diem, tanto travisato nel corso del tempo, perché Orazio di certo non voleva consigliarci di darci alla vita sfrenata e al godimento senza ragione. La sua era un'affermazione densa di una saggezza profonda. Orazio avvertiva, proprio come noi, la caducità della vita umana, l'imperfezione e la finitudine dell'uomo, per questo intuiva che non doveva essere preoccupazione dell'uomo quella di curarsi del futuro giacché non gli apparteneva. L'invito del poeta latino era proprio quello di vivere a pieno il presente, con la consapevolezza della sua effimera consistenza. Eppure il corso dei secoli ha finito per stravolgere il Carpe diem, facendone un invito all'abbandono sfrenato dei sensi, con la convinzione che dopo la nostra vita non c'è nulla. E l'autore di The spirit carries on risponde:

Se muoio domani
starò bene, perché credo che
dopo che ce ne andiamo
lo spirito va avanti

Prima avevo paura della morte
Prima pensavo che la morte
fosse la fine di tutto
ma questo era prima. Non ho più paura
so che la mia anima andrà avanti

Non ho mai trovato tutte le risposte
non ho mai capito perché
non ho mai provato
che quello che so è vero
ma so che devo provarci ancora


Opinabile, per alcuni e forse molti questa potrebbe essere una risposta poco plausibile o un'illusione. Eppure l'autore dice che sa che deve provarci ancora. Sa che deve vivere, deve continuare il suo viaggio, non come uno spettatore che guarda passivamente dal finestrino, ma deve incantarsi nei paesaggi inediti, piacevoli e dolorosi della vita. Allora sarà un cercatore, e la sua ricerca non sarà vana, perché non avrà mollato tutto, non si sarà arreso vigliaccamente, pensando di chiudere gli occhi per cogliere l'attimo da sprovveduto. Ogni attimo sarà pieno e denso di significato, non gli scivolerà sopra, ma gli parlerà svelandogli un senso.

Avanti, sii coraggioso
non piangere sulla mia tomba
perché io non starò a lungo qui
ma per piacere fai in modo che la
memoria di me non scompaia mai in te

Sono salvo nella luce che mi circonda
libero dalla paura e dal dolore
la mia mente dubbiosa
mi ha aiutato a trovare
di nuovo il significato nella mia vita
La vittoria è reale
Finalmente nei miei sogni
mi sento in pace con la mia ragazza
e adesso che sono qui
è perfettamente chiaro
che ho capito il significato di tutto

Ed ecco svelato il senso della canzaone. L'autore non può più sentirsi vuoto, sa che la sua donna non è morta in eterno, sa che la sua anima è vita. Ora può proseguire in pace il suo viaggio.

Per chiudere con Pascal: “Ma qui c'è proprio una vita infinita infinitamente felice da guadagnare, una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita, e quello che voi mettete in gioco è finito. Questo toglie ogni incertezza; [...] E cosí, la nostra offerta possiede una forza infinita, quando c'è da arrischiare il finito in un gioco in cui sono uguali le probabilità di perdita e di guadagno, e c'è un infinito da guadagnare. [...]”. La famosa scommessa di Pascal, se crediamo, e Dio esiste, allora otteniamo la salvezza; se non esiste, ma crediamo che ci sia, potremmo vivere più serenamente.
Ma questa è solo la chiusura del nostro articolo


                                                          

domenica 1 maggio 2011

Il locus amoenus e il giardino perduto

Selve, boschetti e giardini


       Il locus amoenus è stato definito un topos della letteratura e dell'arte in generale. E' presente  tanto nella cultura occidentale quanto in quella orientale. Come si è già detto, ricorre ampiamente in vari luoghi della tradizione, presentando motivi costanti, anche in autori e poeti diversi. Si tratta di un topos antichissimo e che, in un certo senso, può dirsi l'ombra dell'antica perfezione.
Il locus amoenus, identificato nella maggior parte dei casi con il giardino, un po' meno con la selva o il boschetto, è una traccia dell'Eden. Ora, non interessa che al di sotto di questo paradiso si celino concetti cristiani o pagani, perché negli spazi conclusi e non di questi luoghi, si intrecciano i miti pagani dell'età dell'oro, quelli dell'origine e il ricordo dell'Eden biblico. Le culture occidentali e orientali riportano, nei miti delle origini, la costante presenza di un paradiso, di un luogo beato, rigoglioso e ricco di alberi da frutto.
Il giardino, il bosco, la selva costituiscono l'immagine dell'incontaminato e della perfezione perduta. Si entra nel giardino per abbandonare, anche momentaneamente, una realtà imperfetta e per ritrovare l'armonia originaria.
Ma qual è lo stato che precede la genesi del cosmo? I racconti delle varie culture presentano innumerevoli differenze, ma tutti concordano sullo stato che precede la nascita del mondo. Questo momento coincide con il vuoto, il caos o l'indifferenziato. Nella Genesi si legge che in principio la terra era informe e deserta, i miti scandinavi si soffermano sul vuoto, inteso come assenza dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco; tutto era abisso profondo. I greci dicono che il primo a nascere fu il Caos.
Di esempi ve ne potrebbero essere tanti altri. Di fatto i miti di tutte le culture si soffermano sullo stato di opposizione fra prima e dopo. Che cosa segue al caos, al vuoto, all'abisso? Di solito la nascita di uno spazio perfetto, spesso un giardino; E' letà d'oro, così come la descrivono i miti pagani. Male, malattia e sofferenze non esistono, a regnare è soltanto l'armonia. Dal caos all'ordine: nel giardino perfetto ogni elemento ha un suo ruolo e concorre alla bellezza complessiva.



Prima di divenire un topos riutilizzato nelle varie produzioni letterarie, il locus amoenus esprime la nostalgia dell'uomo per l'Eden perduto. I giardini della letteratura sono armonici, simmetrici, ordinati, perfetti, densi di pace.
Ora proviamo a leggere insieme qualche frammento di una delle pagine più famose del Decameron di Giovanni Boccaccio. E' la terza giornata, e prima che la compagnia riprenda a narrare novelle, Boccaccio la ritrae in paesaggi luminosi e verdeggianti.
All'inizio dell'introduzione alla terza giornata troviamo una determinazione di tempo; è l'alba, anzi l'alba è già avanzata: “L'aurora già di vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir rancia (...)”. L'allusione al colore vermiglio del cielo e al sole che inizia a salire sull'orizzonte ha la funzione di introdurre il lettore in un ambiente piacevole, preparando le delizie dei sensi che verranno subito dopo. La compagnia si mette in marcia, ed ecco la prima descrizione del luogo: 


La reina con lento passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto di forse venti usignoli e altri uccelli, per una vietta non troppo usata ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali per lo sopravegnente sole tutti s'incominciavano a aprire, prese il cammino verso occidente (...).

La compagnia, che si inoltra per la viuzza, è immersa nel verde ed è circondata dai fiori che si aprono. Il canto degli usignoli e di altre varietà di uccelli allieta il cammino e conferisce un clima di serenità.
Poco più avanti, Boccaccio descrive l'ingresso in uno dei giardini limitrofi al palazzo da poco raggiunto: 

Esso aveva dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime, tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevano gran vista di dovere quello anno assai uve fare, e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre cose che lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in Oriente. 

All'aspetto sonoro, il canto degli uccelli, si unisce il piacere della vista; le vie, tutte disegnate secondo un ordine rigorosamente geometrico, sono ampie e dritte, coperte di frutti d'uva. Gli odori allettano l'olfatto, e le fragranze dolciastre si mescolano insieme, raggiungendo i sensi della compagnia e del lettore.


Il giardino è cosparso di fiori, di rose bianche e rosse, e vi si trovano molte qualità di piante: 

Nel mezzo del quale (…) era un prato di minutissima erba e verde tanto, che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e' nuovi e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi ma ancora all'odorato facevan piacere.

 Sembra quasi di trovarci dinanzi alle varietà vegetali dell'Eden biblico: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare (…).”. Il linguaggio biblico è scarno, ma lascia intendere che il giardino è un luogo di delizie, creato per essere gustato.
Nel luogo dell'armonia non può mancare la presenza dell'acqua. Boccaccio descrive una fonte da cui zampilla dell'acqua che, poi, in forma di ruscelletti, scorre lungo i prati: 

Nel mezzo del qual prato era un fonte di marmo bianchissimo e con meravigliosi intagli, (…), per una figura (…) gittava tanta acqua e sì alta verso il cielo, che poi senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea (…). La qual poi, quella che soprabondava al pieno della fonte, per occulta via del pratello usciva e, per canaletti belli e artificiosamente fatti fuor di quello divenuta palese, tutto lo 'ntorniava; e quindi per canaletti simili quasi per ogni parte del giardino discorrea (…).

Qui, oltre alla vista, viene sollecitato un altro senso: l'udito. L'idea dell'acqua che scorre silenziosamente, o con un rumore appena percepibile, si unisce alle melodie degli uccelli e contribuisce ad alimentare la serenità e la tranquillità dell'atmosfera. Ma l'acqua non è solo un elemento ornamentale. L'acqua, archetipo antichissimo, è fonte della vita, oltre che metafora di purificazione; anche in questo caso, la scelta descrittiva di Boccaccio richiama alla mente l'immagine del Paradiso biblico: “Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi.”.

Il locus amoenus del Decameron ha proprio le fattezze di un paradiso. D'altra parte lo stesso Boccaccio, dopo aver riferito della fonte, scrive: “Il vedere questo giardino, il suo bello ordine, le piante e la fontana co' ruscelletti procedenti da quella tanto piacque a ciascuna donna e a' tre giovani, che tutti cominciarono a affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare (…).”.
All'idea dell'armonia si unisce quella dell'eterna Primavera. Il Paradiso di qualsiasi cultura esprime uno stato di grazia iniziale, successivamente perduto a causa di una rottura. Non a caso il locus amoenus del Decameron è la via di fuga per la compagnia atterrita dal flagello della peste e disorientata dalla decadenza dei costumi.




(Le citazioni riportate appartengono al Libro della Genesi e al Decameron di Giovanni Boccaccio)

mercoledì 27 aprile 2011

Introduzione al Locus Amoenus

Selve, boschetti e giardini 

(…) Seguirono con lo sguardo il suo dito, e videro innanzi a loro il corso d'acqua che scrosciava giù sino al fondovalle, per poi fluire lontano nelle terre pianeggianti e perdersi in una foschia dorata.

Proviamo a seguire anche noi, con lo sguardo, il dito di Legolas. Lì, sulla linea dell'orizzonte, si perdono le acque scroscianti del fiume e le nuvole d'oro del folto del Bosco di Lothlorien. Per ora i personaggi della Compagnia dell'Anello vedono a distanza quel reame, e possono soltanto immaginare che cosa si nasconda nel sottobosco.

Più avanti l'elfo continua:
“Laggiù si trovano i boschi di Lothlorien, è la più bella di tutte le dimore della mia gente. Non vi sono alberi pari agli alberi di quella terra; in autunno le loro foglie non cadono, bensì diventano d'oro; per cadere attendono la primavera, che porta il nuovo verde, e ricopre i rami di fiori gialli. Allora il suolo del bosco è d'oro, e d'oro anche il soffitto, e le colonne d'argento, poiché la corteccia degli alberi è liscia e grigia”.
Per ora Tolkien si limita a farci gustare da lontano i boschi, guidando i nostri occhi lungo il dito di Legolas, fino all'orizzonte, poi, si affida alle parole dell'elfo. Ecco che il giardino è divenuto una dimora; le case sono proprio quegli alberi dalle chiome dorate e dalle cortecce argentee. Il giardino di Lorien è davvero speciale. Una eterna primavera rende le foglie degli alberi del colore dell'oro, anche quando si avvicina la stagione autunnale. E infine, quando giunge la bella stagione, le chiome verdeggianti si colorano di delicati fiori gialli.

Un lungo percorso attende la compagnia prima di arrivare nel folto del Bosco. Arrivarvi significa giungere in una sorta di nuovo paradiso:
“Si trovavano in una radura. Alla loro sinistra una grossa montagnola era ricoperta di un manto d'erba verde come la Primavera dei Tempi Remoti; in cima, in una doppia corona, crescevano due cerchi di alberi: quelli all'esterno avevano una corteccia candida come neve, ed erano privi di foglie, ma splendidi nella loro armoniosa nudità; quelli interni si ergevano in tutta la loro altezza, ancora vestiti di pallido oro. Al centro giganteggiava un albero, fra gli alti rami del quale splendeva un bianco flet. L'erba ai piedi dei tronchi e sui verdi fianchi della collina era cosparsa di piccoli fiori d'oro a forma di stella. Fra questi, altri fiori ondeggiavano su esili steli, bianchi o d'un verde pallidissimo: scintillavano come nebbioline sull'intenso colore dell'erba. Il cielo in alto era blu, e il sole del pomeriggio ardeva sulla collina proiettando lunghe ombre verdi sotto gli alberi.”
Il cielo blu, lo smalto verde della collinetta che incornicia le due file circolari di alberi, i colori tenui e brillanti dei fiori appena mossi dal vento, le ombre profonde proiettate dai raggi solari, creano un'atmosfera quasi edenica e immutabile.
Il giardino di Lorien è attivo, esso non è soltanto uno sfondo, ma un luogo positivo. Desta sensazioni e sentimenti, scuote la mente e la fantasia, è il luogo della scoperta delle cose e della riscoperta di quanto è già conosciuto: “Tutto ciò che vedeva era armonioso, ma i contorni parevano al tempo stesso precisi, come se concepiti e disegnati al momento in cui gli venivano scoperti gli occhi, e antichi, come se fossero esistiti da sempre. Non vedeva colori ignoti al suo sguardo, ma qui l'oro e il bianco, il blu e il verde erano freschi e acuti, e gli pareva di percepirli per la prima volta e di creare per essi nomi nuovi e meravigliosi (…). A Lorien non vi era alcuna macchia.”.
E' questo il luogo in cui le cose ritrovano il loro senso originale e possono essere scoperti nuovi nomi.

Ma il giardino, il bosco o ancora la selva, possono essere anche lo spazio dello smarrimento. Entrare nel bosco significa non rimanere immutati: “-E ora dobbiamo inoltrarci nel Bosco d'Oro, a quel che dici. Ma di quella perigliosa contrada abbiamo udito parlare a Gondor, e si dice che pochi di coloro che vi mettono piede ne escano, e che di questi pochi nessuno ne sia uscito illeso. -Non dire illeso, bensì immutato, e allora le tue parole saranno veritiere.”.  



Motivi ricorrenti del Locus amoenus

Le brevissime descrizioni di Lothlorien, riportate sopra, appartengono alla saga de Il Signore degli Anelli. Ve ne sono tantissime, tutte disseminate nelle pagine del romanzo.
Le suggestive immagini che Tolkien ci ha lasciato altro non sono che quadretti di ciò che tutta una tradizione definisce con il nome di Locus amoeus. Quel luogo cantato e vagheggiato, da poeti e non solo, eccolo qui descritto come un bosco incantato, dai colori dell'oro e dell'argento, allietato dalla presenza di fiori a forma di stelle e di alberi meravigliosi. Lothlorien, molto simile a Gran Burrone e a vari altri spazi edenici creati dal loro facitore, altro non è che una sorta di giardino, un angolo di paradiso.
Effettivamente che cos'è il locus amoenus se non il paradiso perduto, l'angolo incontaminato, dove l'eterna primavera non viene mai meno, e dove crescono piante lussureggianti e vivono insieme animali diversi fra loro. Il locus amoenus è solo una scheggia della perfezione andata perduta.
A Lothlorien è sempre primavera; anche quando giunge l'autunno, le foglie non vengono meno, ma si colorano d'oro. Questo bosco incantato è senza macchia, è un angolo di paradiso, rispetto all'informe e all'oscuro che si trova al di là dei suoi confini.

Qualsiasi locus amoenus ha delle caratteristiche ricorrenti unite a delle varianti tipiche di ogni autore e dell'ambiente a cui appartiene.
La maggior parte di questi luoghi, eccetto quelli appartenenti al periodo dell'illuminismo e del Decadentismo, costituiscono la metafora o la rappresentazione del Paradiso perduto (un discorso a parte deve essere fatto per l'età post-moderna).
Ciò fa sì che tutte le proprietà dell'Eden appartengano al locus: l'eternità, l'essere fuori dalle tradizionali categorie spazio-temporali, l'eterno rigoglio e l'eterna primavera, l'idea della bellezza perfetta e incontaminata perché senza colpa, l'immagine della natura armoniosa.
Vi sono, poi, motivi che riguardano il suo aspetto: la vegetazione è rigogliosa, ricca di ombre ristoranti e fresche. Alberi da frutto, folti di foglie e fiori di ogni sorta, allietano l'erba verde con i loro profumi e le loro fragranze.
Un venticello fresco fa ondeggiare l'intera natura che esulta per le melodie dolci di uccelli o a volte per i canti di strumenti musicali. A questi suoni si uniscono gli scrosci di ruscelletti, cascatelle, o fontane, e i colori chiari e nitidi delle acque di un fiume o di uno specchio d'acqua.
A volte animali mansueti si aggirano nel folto di boschetti, dove il sole penetra senza violenza.
Nelle radure erbose, fra i fiori, all'ombra degli alberi, possono spesso trovarsi, in otium vari personaggi, mentre è più frequente la presenza di una donna amata e vagheggiata, simile a una divinità.


Il valore del Locus amoenus


Ma il locus amoenus di tanta produzione letteraria, i giardini e i boschetti arieggiati dipinti nei quadri degli artisti, non costituiscono soltanto lo sfondo oppure la cornice dell'azione, ma posseggono un profondo significato, in cui si riflettono il pensiero e la sensibilità dell'autore. Si è già detto che il locus amoenus, per la sua perfezione, è lo spazio privilegiato in cui venire a contatto con elementi già visti eppure mai conosciuti, per questo al suo interno è possibile scoprire o riscoprire se stessi. Persino il mondo può assumere un nuovo valore.
Il boschetto o il giardino, in alcuni casi la selva, non sono solo i mondi possibili in cui evadere e rifugiarsi, ma  i mondi in cui i destini e le storie dei singoli si incrociano.
Talvolta la bellezza di questi posti è tale che il rischio è proprio quello di perdersi e di smarrire se stessi.

sabato 23 aprile 2011

Gesù - Giovanni Pascoli


E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte,
il suo giorno non molto era lontano.


E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.


Egli si assise, all'ombra d'una mèta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta.


Egli parlava di granai ne' Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.


Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temo per l'inconsutile tua veste;


Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
-Il figlio_ Giuda bisbigliò veloce-
d'un ladro, o Rabbi, t'è costì tra 'piedi:


Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà.- Ma il Profeta, alzando gli occhi
-No-, mormorò con l'ombra nella voce,


e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.




Gesù buon Pastore, Gesù agnello che non apre bocca, Gesù seminatore nei campi del mondo, Gesù mietitore della messe; sono soltanto alcune delle immagini bibliche associate al Cristo e divenute temi iconografici. Esse ricorrono variamente disseminate nelle Scritture e tornano anche in questa poesia, mediante le scelte tutte personali del poeta.



L'atmosfera

Lo spazio in cui si colloca Cristo non è casuale. La prima strofa ci introduce immediatamente in un panorama agreste: e Gesù rivedeva, oltre il Giordano,/campagne sotto il mietitor rimorte. Il paesaggio della Palestina potrebbe essere quello di qualsiasi paesaggio agreste. Pascoli non dà dettagli, lascia intravedere l'immagine di Cristo che osserva i campi ormai mietuti. Lo spazio della campagna, così caro all'immaginario del poeta, non è fine a se stesso, perché le campagne rimorte sono più che altro luogo dell'anima.
Dalla prima strofa il poeta intesse un sottile paragone fra i campi morti e il destino del Messia. Il paragone si fa più evidente nella terza strofa in cui Pascoli riporta la parafrasi di un noto versetto dell'evangelista Giovanni: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12,23).
Alla mietitura estiva fanno da contrasto immagini di un cromatismo più scuro. I campi morenti suggeriscono pennellate nere; se dovessimo rappresentare la prima strofa, accanto al giallo spento e secco dei campi mietuti, utilizzeremmo pennellate nere o marroni. La scelta cromatica, solamente allusa nelle atmosfere delle prime tre strofe, trova maggiore concretezza più avanti, quando il poeta descrive i fanciulli che si accostano  al Maestro, cinti di aridi steli. Pascoli così abile nella scelta degli aspetti più umili della natura, sceglie steli riarsi con cui circondare le teste degli innocenti, forse sotterranea allusione alla corona di spine. Persino la scelta lessicale non può essere casuale. Lo stelo suggerisce un'idea di secchezza ancor di più per la presenza dell'aggettivo aridi, comunicando un'immagine simile a quella dei rovi.
Pascoli non fornisce nessuna informazione temporale eppure la stagione è senza dubbio quella della mietitura. Ma come già si diceva anche i connotati temporali perdono importanza davanti a questo paesaggio interiore, accecante come la luce del meriggio e secco per la insistente calura. Il momento culminante coincide con l'allusione esplicita alla croce, non Barabba ma Io. L'ambiente allora è davvero la proiezione di uno spazio interiore, quello del Cristo che attende: “il suo giorno non era molto lontano//Egli pensava al giorno della sua morte//Se non è chi celi/sotterra il seme, non sarà chi mieta.//Barabba ha nome il padre suo, che in croce morirà."/ Ma il Profeta, alzando gli occhi,/No", mormorò con l'ombra nella voce;”


Il Cristo e i personaggi


Il poeta lascia che lo spazio riveli il segreto tormento di Gesù, e affida ai suoi pensieri e alle sue parole la confessione di una attesa tutta umana. L'immagine che Pascoli ci propone è quella di un uomo profondamente uomo, non di un supereroe. I suoi gesti, carichi di una tenerezza struggente, richiamano innumerevoli temi iconografici e prima ancora immagini della scrittura e dei salmi. Egli è prima di tutto il Profeta atteso da Israele, così come lo salutano le donne descritte nella seconda strofa. I campi mietuti, il mietitor del primo verso, e l'allusione al seme che deve morire per poter portare il vero frutto, ricordano il Cristo che semina, ma anche il Cristo che, alla fine dei tempi, tornerà a mietere la messe. Egli è Maestro e Buon Pastore mentre i fanciulli lo circondano, infine è Agnello innocente.
Negli ultimi versi della poesia la croce. Il dramma raggiunge l'apice quando alle parole dell'apostolo che preannuncia la morte di Barabba, Gesù risponde: No. Il monosillabo è l'affermazione di una volontà ferma e piena d'amore. L'innocente agnello si consegna per la salvezza dell'uomo e dell'umanità. Un gesto d'amore reso ancora più concreto da quell'ombra nella voce.
Pascoli affida agli atti e ai moti interiori del Cristo il compito di rivelare lo strazio e il tormento di un uomo che deliberatamente e per amore infinito sceglie di condursi alla morte che, tuttavia, non è la fine di tutto, ma un momento transitorio.



Serena Pasqua

AUGURI







lunedì 14 marzo 2011

...





Questa sera giravo in rete, e dopo vari giri, il mio occhio è stato calamitato da una di quelle frasi un po' esistenziali: per aumentare la propria autostima bisogna voler bene a se stessi. 
Così, con un certo scetticismo, perché le panacee proposte dal web non mi convincono mai troppo, ho scorso tutto l'articolo. Fra i tanti trucchi, rimedi, consigli ho trovato qualcosa di interessante.
L'autore dell'articolo invogliava a fissare giornalmente dei piccoli traguardi, a architettare delle modalità con cui raggiungerli e quindi a conseguirli. 


Ho staccato per un po' lo sguardo dal monitor. Non sono sicura di aver riflettuto tantissimo, certo, dopo un indefinito lasso di tempo, mi sono ritrovata a scrivere questo post.


Il blog c'era da un po' di tempo ... 
Posso definirlo un piccolo spazio, una finestrella sul web, un modo per fissare dei piccoli traguardi e per vederli raggiunti in maniera più o meno esaustiva ... 
Buon lavoro Inchiostro e Calamaio!