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martedì 10 maggio 2011

A spasso per alcuni dei giardini più importanti della nostra letteratura


i giardini dell'anima

C'è stata una volta in cui un uomo ha temuto di non trovare più la via d'uscita. Tutto intorno l'atmosfera così densa gli faceva perdere la speranza di poter tornare a camminare con il cuore leggero. I suoi occhi vedevano soltanto sterpi e rovi; a poco a poco lo sguardo si perdeva, e il cuore diventava sempre più grave. Ed è stato così che nel mezzo della via della vita, attanagliato dalle spire di quella selva, Dante ha creduto di smarrirsi per sempre.
Selva vera o metaforica che fosse, non avrebbe avuto troppo senso entrarvi senza trovare una via d'uscita, giacché l'esperienza di maturazione che attendeva Dante trovava il suo punto di partenza proprio in quella selva nodosa e oscura, nella quale il poeta dice di aver trovato anche del bene. Così, mentre le tre fiere stavano per ricacciare il poveretto nella selva, ecco che si apre la speranza. Una guida, l'amato Virgilio tende a Dante il suo braccio e si offre di mostrargli la via.

Il viaggio fatto di cadute, umiliazioni, dubbi, ma anche di stupore e gioia mira ad un'altra selva. Per arrivarvi è necessario un percorso di crescita e di purificazione. In effetti, il cammino dantesco è tutto compreso fra questi due limiti: la selva del peccato e dello smarrimento e quella della luce e della certezza. Locus horridus il primo, locus amoenus il secondo. I due margini dello spazio dantesco sono l'emblema di due poli, il primo negativo, il secondo positivo, in un certo senso immagine della condizione interiore dello stesso Dante. Così il viluppo oscuro dell'anima si oggettiva e materializza nella selva selvaggia, aspra e forte, mentre, un po' più tardi, l'anima lavata e purificata si unirà al canto degli uccelli della selva del Paradiso.


Ventottesimo canto del Purgatorio, Dante entra in un'altra selva. Poche parole, così poche che nel giro di qualche terzina il giardino dell'Eden appare davanti ai nostri occhi e noi possiamo entrare nella foresta spessa e viva. Ben altra cosa questa selva, un'atmosfera luminosa e ricca ne accompagna l'idea. Spessa e si direbbe fittissima di varietà vegetali, ma soprattutto viva. L'altra foresta, molto simile a quella aggrovigliata dei suicidi, era morta. Il cuore del viandante era appesantito, e i suoi passi rischiavano di inciampare. Ora il viaggiatore è libero e, a cuore sollevato, desidera esplorare la selva, per questo prende la campagna lento lento, su per lo suol che d'ogne parte auliva. La foresta è viva non solo perché è ricca di esseri viventi, ma perché ogni sua parte esala vita. Non c'è nessun elemento neutro nel giardino dell'Eden, persino il suolo sembra respirare, emanando le sue fragranze. Dante entra a passo lento, come a voler suggere il più piccolo sapore della selva-giardino, entra silenzioso, senza alcuna fretta, sebbene sia ansioso di scoprire lo spettacolo.
Ormai purificato, dopo un lungo viaggio, dopo una salita faticosissima, conscio dei propri errori, e padrone del suo libero arbitrio, può entrare nel luogo dell'antica bellezza. Passeggia senza timore, non come quando nella selva aspra e forte, aveva rischiato di rimanere schiacciato dalla violenza delle fiere feroci.
Qui tutto è armonia; anche il vento, che muove i rami, si unisce con un tocco delicato alle trame musicali dei piccoli uccellini: è il concerto della pace, cantano i piccoli animaletti, fa da accompagnamento l'aura dolce, senza mutamento. Nel giro di sei terzine è stato dischiuso, per noi, il mondo della selva, con pennellate brevissime, che spesso si intrecciano, trapassano e si abbracciano in un solo verso. Così l'intero ci è dato per metonimia, e i rami e le foglie sono soltanto le parti di una foresta sterminata e ricchissima.
Il concerto della natura è quello dell'anima ritrovata che può vedere distintamente la limpidezza delle acque del fiume che scorre sullo smalto d'erba; un'acqua più pura di qualsiasi sorgente mai vista, sempre costante, perché immutata è la fonte che l'alimenta.


E infine nella selva compare Matelda, una donna soletta che si gia/e cantando e scegliendo fior da fiore/ond'era pinta tutta la sua via. Con l'apparizione di questa donna il quadro sembra completo. La figura dell'armonia, allegoria dell'antica bellezza smarrita a causa della colpa, è prima di tutto la conferma della perfezione della selva beata.

sabato 23 aprile 2011

Gesù - Giovanni Pascoli


E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte,
il suo giorno non molto era lontano.


E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.


Egli si assise, all'ombra d'una mèta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta.


Egli parlava di granai ne' Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.


Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temo per l'inconsutile tua veste;


Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
-Il figlio_ Giuda bisbigliò veloce-
d'un ladro, o Rabbi, t'è costì tra 'piedi:


Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà.- Ma il Profeta, alzando gli occhi
-No-, mormorò con l'ombra nella voce,


e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.




Gesù buon Pastore, Gesù agnello che non apre bocca, Gesù seminatore nei campi del mondo, Gesù mietitore della messe; sono soltanto alcune delle immagini bibliche associate al Cristo e divenute temi iconografici. Esse ricorrono variamente disseminate nelle Scritture e tornano anche in questa poesia, mediante le scelte tutte personali del poeta.



L'atmosfera

Lo spazio in cui si colloca Cristo non è casuale. La prima strofa ci introduce immediatamente in un panorama agreste: e Gesù rivedeva, oltre il Giordano,/campagne sotto il mietitor rimorte. Il paesaggio della Palestina potrebbe essere quello di qualsiasi paesaggio agreste. Pascoli non dà dettagli, lascia intravedere l'immagine di Cristo che osserva i campi ormai mietuti. Lo spazio della campagna, così caro all'immaginario del poeta, non è fine a se stesso, perché le campagne rimorte sono più che altro luogo dell'anima.
Dalla prima strofa il poeta intesse un sottile paragone fra i campi morti e il destino del Messia. Il paragone si fa più evidente nella terza strofa in cui Pascoli riporta la parafrasi di un noto versetto dell'evangelista Giovanni: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12,23).
Alla mietitura estiva fanno da contrasto immagini di un cromatismo più scuro. I campi morenti suggeriscono pennellate nere; se dovessimo rappresentare la prima strofa, accanto al giallo spento e secco dei campi mietuti, utilizzeremmo pennellate nere o marroni. La scelta cromatica, solamente allusa nelle atmosfere delle prime tre strofe, trova maggiore concretezza più avanti, quando il poeta descrive i fanciulli che si accostano  al Maestro, cinti di aridi steli. Pascoli così abile nella scelta degli aspetti più umili della natura, sceglie steli riarsi con cui circondare le teste degli innocenti, forse sotterranea allusione alla corona di spine. Persino la scelta lessicale non può essere casuale. Lo stelo suggerisce un'idea di secchezza ancor di più per la presenza dell'aggettivo aridi, comunicando un'immagine simile a quella dei rovi.
Pascoli non fornisce nessuna informazione temporale eppure la stagione è senza dubbio quella della mietitura. Ma come già si diceva anche i connotati temporali perdono importanza davanti a questo paesaggio interiore, accecante come la luce del meriggio e secco per la insistente calura. Il momento culminante coincide con l'allusione esplicita alla croce, non Barabba ma Io. L'ambiente allora è davvero la proiezione di uno spazio interiore, quello del Cristo che attende: “il suo giorno non era molto lontano//Egli pensava al giorno della sua morte//Se non è chi celi/sotterra il seme, non sarà chi mieta.//Barabba ha nome il padre suo, che in croce morirà."/ Ma il Profeta, alzando gli occhi,/No", mormorò con l'ombra nella voce;


Il Cristo e i personaggi


Il poeta lascia che lo spazio riveli il segreto tormento di Gesù, e affida ai suoi pensieri e alle sue parole la confessione di una attesa tutta umana. L'immagine che Pascoli ci propone è quella di un uomo profondamente uomo, non di un supereroe. I suoi gesti, carichi di una tenerezza struggente, richiamano innumerevoli temi iconografici e prima ancora immagini della scrittura e dei salmi. Egli è prima di tutto il Profeta atteso da Israele, così come lo salutano le donne descritte nella seconda strofa. I campi mietuti, il mietitor del primo verso, e l'allusione al seme che deve morire per poter portare il vero frutto, ricordano il Cristo che semina, ma anche il Cristo che, alla fine dei tempi, tornerà a mietere la messe. Egli è Maestro e Buon Pastore mentre i fanciulli lo circondano, infine è Agnello innocente.
Negli ultimi versi della poesia la croce. Il dramma raggiunge l'apice quando alle parole dell'apostolo che preannuncia la morte di Barabba, Gesù risponde: No. Il monosillabo è l'affermazione di una volontà ferma e piena d'amore. L'innocente agnello si consegna per la salvezza dell'uomo e dell'umanità. Un gesto d'amore reso ancora più concreto da quell'ombra nella voce.
Pascoli affida agli atti e ai moti interiori del Cristo il compito di rivelare lo strazio e il tormento di un uomo che deliberatamente e per amore infinito sceglie di condursi alla morte che, tuttavia, non è la fine di tutto, ma un momento transitorio.



Serena Pasqua

AUGURI